Artigianato a colpi di martello

Da Force e Comunanza, tradizionali centri di produzione, un viaggio alla scoperta dell’artigianato del rame, originariamente legato nel Piceno all’antica sapienza dei monaci Farfensi.

Non esiste immagine tipica delle cucine di una volta, che non sia caratterizzata dai colori caldi del rame, imbruniti dall’uso e dalla fuliggine.

Indimenticabile la stagnata, il pentolone in cui si scaldava l’acqua, e si cuoceva la pasta, rivestito internamente di stagno e appeso al centro del camino con la catena.

Un altro grande pentolone era il paiolo. Si differenziava dalla stagnata per la mancanza del rivestimento interno in stagno. Era dedicato alla cottura della polenta, e quest’ultima necessitava il contatto diretto con il rame. Non poteva poi essere appeso perché c’era bisogno di una posizione stabile per il continuo mescolamento della polenta.

Tra gli utensili caratteristici anche la conca: il recipiente per l’acqua che le donne portavano sulla testa quando andavano alla fonte. E poi le cuccume, quella per l’orzo e quella per il “caffè buono”. La prima poteva contenere anche due o tre litri di caffè. La seconda, più piccola, era l’antesignana delle caffettiere napoletane.

Tanti ancora gli oggetti per la preparazione dei cibi, dai piatti principali, nell’ampia padella a due manici, al pesce, cucinato intero nella pesciera, stagnata. Fino al dolce, con gli stampi, per preparare i tipici ciambelloni, ma anche per piatti unici come sformati di verdure.

La gamma di utensili in rame si arricchisce anche degli strumenti di misurazione e dosaggio degli ingredienti, come la stadera, la bilancia per il pesce. Tra i misurini, quelli da olio con il lungo manico per affondarli dentro grandi recipienti d’olio. Nel dosaggio anche mestoli, imbuti. E i manieri da mosto, per raccogliere il vino cotto bollente dal caldaio (grande paiolo) in cantina. Quest’ultimo veniva usato anche per altre preparazioni impegnative, come la bollitura dei vasi di conserva di pomodoro.

Sempre in cantina lo strumento principe della distillazione, l’alambicco, grazie al quale con aromi come anice, erbe e frutti, si producevano invidiabili liquori e distillati.

Infine, per illuminare, riscaldare e decorare la cucina, la luma, il lume a olio e petrolio, la bugia per la candela, lo scaldino per i piedi, il braciere per scaldare l’ambiente posto sotto il tavolo. E poi per rallegrare la mensa, i piatti cesellati da centrotavola o i cestini da frutta e dolcetti per i giorni di festa.

Laura Ricci