L’intreccio del vimine nel Piceno: antica tradizione rurale a contatto con la natura

Una pratica antica che nasce con la necessità dell’uomo di raccogliere e conservare il cibo in semplici contenitori, prodotti con materiali naturali che non hanno bisogno di alcun tipo di lavorazione.

L’operazione d’intreccio è la base creativa per realizzare contenitori in vimini che accompagnano l’uomo nella storia con la loro struttura elementare e funzionalità.

Nel Piceno i materiali da intreccio più utilizzati sono il salice (vimine) e le canne; sono poi usati i ramoscelli d’olivo, di sanguinello (cornus sanguinea), di olmo, di vitalba, oltre a tutto ciò che può essere raccolto in campagna e ha una flessibilità sufficiente per essere intrecciato.

Il salice, o vimine, è infatti utilizzato da sempre nella campagna picena per due funzioni: la legatura delle viti per sostenere i tralci, e la produzione di cesti per uso domestico. Per l’intreccio il salice era utilizzato sia naturale, mantenendo la sua buccia color marrone scuro, per un prodotto più grezzo e rustico; o senza buccia, bianco, per i cesti più eleganti.

La nascita di questo tipo di lavorazione artigianale testimonia quindi uno stretto legame con il cibo, la sua raccolta, trasporto e conservazione. Cesti per la raccolta delle olive, dei funghi, della frutta, cesti per il formaggio, manufatti per proteggere bottiglie e contenitori in vetro.

La panoramica dei manufatti in vimini e ramoscelli intrecciati inizia quindi con la gavagnola, contenitore per la raccolta delle olive. Si portava a mo’ di marsupio, attaccato alla vita con uno spago, consentendo di raccogliere agevolmente le olive.

Si va poi dai grandi cesti di canne o vimini, usati per conservare le granaglie, ai cesti per fare la spesa nei mercati o per portare il cibo ai contadini nei campi. Questi ultimi, grandi e molto grandi, hanno due o quattro manici. Il fondo è realizzato in salice, l’alzata con canne; la tessitura caratteristica è quella a tre, basata su tre strisce di canne consecutive. Un altro cesto tradizionale, per il trasporto del cibo, è di forma svasata, in salice grezzo o bianco: è anche il tipico cesto per la raccolta dei funghi.

Un cesto particolarmente ingegnoso è quello per raccogliere la frutta: ha infatti un gancio incorporato nel manico, un ramo di sanguinello, che gli permette di essere appeso direttamente alla pianta durante l’operazione di raccolta. Naturalmente era usato per raccogliere frutti non troppo pesanti, come ciliegie, more o altri frutti di piccola e media dimensione. Interessante e pittoresco è poi il cestino in giunco per la formatura del formaggio.

Passando agli utensili in vimini sulla tavola di tutti i giorni, si va dai porta-formaggio da tavola, per appoggiare il formaggio, tagliarlo e servirlo, al classico cestino per il pane. Infine, le protezioni per bottiglie, fiaschi e altri contenitori in vetro, realizzate in vimini: il vetro, materiale costoso, doveva infatti essere preservato a lungo. Questi manufatti intrecciati servivano anche a mantenere il contenuto fresco, grazie al vapore che il rivestimento in vimini riesce a trattenere tra se stesso e la superficie del vetro.

Una lunga serie di oggetti semplici realizzati con l’ausilio di pochi strumenti da lavoro. Questi gli essenziali: un coltellino, usato per tagliare ramoscelli e canne; un punteruolo in legno o in osso, per aprire fessure tra le fibre intrecciate; cesoie per tagliare i ramoscelli più grandi. E poi degli strumenti semplici ma interessanti per la loro efficacia: lo “spacca-venco, utensile per rompere il ramo di salice in più strisce uguali, utilizzate per l’intreccio; e lo “spacca-canne”, utensile per dividere le canne fresche e secche in più strisce.

Laura Ricci