Come si facevano (e si fanno) le pagliarole

Le pagliarole sono ceste e cestini di paglia di frumento legate da fili di vimini, le crolle.
Queste ultime si ricavano dalla potatura dei salici da vimine.

I rami di vimine vengono uniti in fasci e immersi in acqua perché germoglino, divenendo più teneri.

Ogni ramo flessibile e ammorbidito dal trattamento, è diviso in più parti con il paccacrolle, e ad ogni parte ottenuta viene asportato il lume centrale, alleggerendo ulteriormente la crolla.

Facendo pressione con un coltello, ognuna delle crolle viene fatta scorrere sulla gamba, in modo da eliminare la pellicola esterna. A volte l’involucro esterno è lasciato intatto, per ottenere un filamento più scuro e realizzare lavori dal gusto più rustico. Per creazioni più vivaci, le crolle vengono anche colorate, di rosso, verde o blu, facendole bollire in apposite soluzioni. Per alcuni particolari tipi di pagliarole si usano anche cannette selvatiche, rovi e piante palustri.

La produzione delle pagliarole è un’attività che le donne acquavivane svolgono per tradizione stando sedute su una piccola panca o su sedie basse, appoggiando sulle gambe un grembiule di stoffa pesante, la parnanza.

A terra, da un lato, è posta una mannella di paglia (steli di paglia ricavati dalla mietitura del grano con la falce, battuti, puliti, piegati in fasci e lasciati ad essiccare) sulla quale di tanto in tanto si getta un po’ d’acqua per renderla più tenera e consentire una migliore foggiatura.

Dall’altro lato, in un secchio, è immersa una treccinella di vimini, formata da crolle legate circolarmente servendosi delle bucce asportate. Prima della lavorazione, le treccinelle vengono essiccate e conservate appese su asticelle di legno, disposte a forma di corona. Nel periodo di realizzazione delle pagliarole, le treccinelle vanno immerse slegate in secchi d’acqua, per diventare più maneggevoli.

Si inizia così ad intrecciare. La tecnica fondamentale consiste nel forare la paglia e far posto di volta in volta alla crolla nel susseguirsi di punti nei vari giri. Lo strumento di lavoro utilizzato per questa operazione è il punteruolo. Inizialmente si usano pochi fili per avviare il lavoro a spirale.

Si ottiene così “lu cecellitte”, circolare o ovale, da cui si ricaveranno rispettivamente la coppetta o la nannetta, pagliarole di forma differente. Si procede quindi in modo piatto fino a formare il diametro di base. Si inizia poi a realizzare giri in alzata, modellando la sagoma finale dell’oggetto.

Terminato il lavoro, i cesti vengono disposti in secchie (contenitori dell’uva vendemmiata), nelle quali viene fatto ardere lo zolfo, contenuto in un barattolo di latta, per rendere la paglia più chiara e disinfettarla. Il tutto viene coperto e lasciato riposare per diverse ore. Una volta esposti all’aria, i cesti sono finalmente pronti.

Per informazioni

Sull’arte della pagliarola acquavivana e sulla lavorazione degli sfogli del mais:
Rinuccia e Renata Napoletani
Tel: 0735 764101 – 764571

 

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