L’arte del travertino nel Piceno

Ascoli Piceno è una città di pietra tra i letti del Tronto e del Castellano, una penisola di travertino, pietra viva dei monti ascolani, nella morsa di due fiumi.

Gli ascolani lavorano la pietra da tempi immemorabili. Ne sono testimonianza le mura di epoca romana del Colle dell’Annunziata e di Porta Romana, del Ponte di Cecco sul Castellano e della Porta Gemina.

Nel Medioevo, dopo l’anno Mille, i tagliapietre locali lavorano per la costruzione di tre nuovi ponti sul Castellano e sul Tronto. Ma lavorano soprattutto per erigere nuove case intorno al monastero benedettino di San Michele Arcangelo. Case costruite come minuscole rocche, con spessi muri in travertino, porte anguste e finestre come feritoie nella nuda pietra. Accanto ad ogni casa, una torre alta e massiccia: nell’XI secolo in città sono più di 200.

Nei secoli successivi, fino oltre la metà del Quattrocento, tagliapietre e scalpellini ascolani partecipano con zelo alla costruzione della mirabile chiesa gotica di San Francesco e di altre chiese ed edifici della città. Nel Quattrocento fiorisce infatti ad Ascoli Piceno un’attiva scuola di scultura di cui si conservano ancora oggi saggi significativi.

Nel Cinquecento non si registra invece la presenza di alcun maestro scalpellino attivo nel centro urbano di Ascoli: la città non è solo un centro di estrazione e lavorazione della pietra ma i maestri locali hanno ormai ceduto gli strumenti del proprio lavoro ai “maestri vaganti”, muratori, scalpellini e scultori, per gran parte lombardi, immigrati in gran numero nella città e nel territorio circostante.

La loro presenza tra il Castellano e il Tronto viene registrata per la prima volta nel 1426. Nell’arco di qualche decennio si incrementa a tal punto che nel 1484 risultano riuniti in una corporazione di mestiere, retta da un proprio statuto. La loro partecipazione al rinnovamento edilizio della città è ampiamente documentata. Nel Cinquecento, lo stesso Consiglio cittadino ritiene ormai indispensabile l’opera dei maestri vaganti allo sviluppo edilizio della città.

Nel XVI secolo la presenza dei maestri artigiani forestieri si riduce progressivamente. Nel terzo decennio del secolo il loro declino numerico li induce ad associarsi con la corporazione dei muratori e scalpellini ascolani.

Agli abili lapicidi locali va quindi attribuito l’aspetto decorativo della città di Ascoli dal Rinascimento in poi: anonimi scalpellini che operano nei cantieri di famosi costruttori, come Cola dell’Amatrice e come gli scultori e decoratori delle due grandi dinastie di artisti che per due secoli hanno disegnato il nuovo volto della città, i Morelli e i Giosafatti.
 

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