Produzione e tipologie di carta

Le materie prime utilizzate per la produzione di carta sono suddivise in fibrose (le fibre intrecciate che formano il feltro) e non fibrose (sostanze additive che danno colore, peso, levigatezza e altre caratteristiche alla carta).

Le materie fibrose, che nella produzione moderna vengono ricavate quasi esclusivamente dalle paste di legno (pioppo, betulla, eucalipto, pino, abete, paglia, canna, recupero carte da macero, ecc.), possono essere distinte in chimiche (cellulosa pura), meccaniche (legno sfibrato, ad alta resa) e semichimiche (che contengono entrambi i prodotti precedenti). Le carte “fini” sono prodotte con cenci o cellulosa; quelle “mezzofini” con paste miste; quelle “andanti” con base a pasta di legno.

Nella fabbricazione si possono distinguere tre tipi di carta: “a mano”, “a macchina”, “a mano-macchina”. La carta a macchina, quella attuale, viene prodotta da macchine “in piano” a foglio continuo (la cui larghezza può essere di parecchi metri e la velocità di svariate centinaia di metri al minuto), avvolto in enormi bobine e successivamente tagliato in diverse pezzature in base agli impieghi.

La carta mano-macchina è ottenuta mediante macchine continue che lavorano “in tondo” e simulano i fogli ottenuti con la vecchia “forma” a mano.

La carta a mano segue il procedimento tradizionale di fabbricazione. Tralasciando le numerose e complesse fasi della produzione industriale, ci occuperemo, come ovvio per questo contesto, soltanto della produzione artigianale della carta.

I cenci spappolati dai magli delle gualchiere, prima macerati e sbiancati, costituivano la pasta da carta. Questa veniva allungata con acqua e contenuta in grandi tini di legno, dai quali si prelevava, dopo opportuno mescolamento, con dei telai su cui era tesa una fitta e sottile rete metallica. Questa maglia serviva a far gocciolare l’acqua e a trattenere un contenuto quantitativo di pasta, imprimendo sul foglio la forma della tessitura e, ove presente, la filigrana.

I gesti sapienti dei mastri “prenditori” e “ponitori” facevano in modo che sulla superficie della “forma” rimanesse un sottile ed omogeneo foglio di pasta bagnata che veniva deposto, a strati alterni, su feltri di lana che formavano una pila, la quale veniva successivamente pressata con appositi torchi per eliminare l’acqua.

I fogli venivano appesi negli “stenditoi” per una prima asciugatura, a cui seguiva una collatura delle superfici con gelatina animale e, dopo una nuova essiccatura, i fogli venivano “calandrati”, ovvero spianati e lisciati a mano. I fogli di carta, ovviamente, risultavano della stessa grandezza delle “forme”, e presentavano la tipica frangiatura sottile su tutti e quattro i lati.

Germano Vitelli