Storia dell’oreficeria picena

Centro di una ricca arte orafa, evolutasi nelle Marche nell’età dei comuni e delle signorie, al tramonto del feudalesimo, è Ascoli Piceno. Tra il Quattrocento e il Cinquecento, l’opera dell’artista orafo Pietro Vannini dona a via del Trivio, la celebre via degli orefici ascolani, già attivi da secoli, uno splendore senza precedenti.

Vannini, nato ad Ascoli tra il 1413 e il 1418, figlio e nipote d’arte, si dedica all’oreficeria sacra plasmando reliquiari, croci e ostensori, oggi conservati in bellissime chiese. “Principe degli orafi ascolani”, caratterizza la sua opera con uno spiccato gusto del vero: da un’antica iscrizione, è colui “la cui opera ha tentato di eguagliare quella della natura”. Una peculiarità che avvicina la sua arte a quella pittorica di Carlo Crivelli, per non poco tempo abitante e operante ad Ascoli.

Vannini è l’autore della celebre statua d’argento dorato di Sant’Emidio, patrono della città, oggi conservata nella sala “Pietro Vannini” del Museo Diocesano di Ascoli.  Tra le sue meraviglie di oreficeria ci sono anche croci processionali, come quella del duomo di Osimo, firmata e non datata, reliquiari, come quello del duomo di Amatrice (1472) e quello del duomo di Ascoli, il Reliquario del Braccio di Sant’Emidio (1482), e ostensori, come quello della chiesa di Sant’Egidio a Castignano, ultimo suo lavoro impegnativo (1488).

Per quattro secoli Pietro Vannini resta uno sconosciuto nella sua stessa città. Nel 1896 uno straniero rompe tale silenzio: è il francese Emilio Bertaux che, ammirandone alcuni lavori all’Esposizione d’arte sacra di Orvieto, lo giudica “pari per abilità tecnica, superiore per nobiltà di stile, a Nicola da Guardiagrele”. Secondo Bertaux, Vannini va considerato tra i più grandi orafi del Rinascimento.

Rispetto all’arte orafa di Nicola da Guardiagrele, Vannini ha il merito di aver semplificato il fastoso impianto dell’orafo abruzzese, per uno sguardo all’essenziale, all’anima vibrante e profonda delle figure rappresentate. La famosa statua di Sant’Emidio, pur nel suo opulento panneggio, è dotata di una dignità ieratica e di una vivacità espressiva che la rendono un’opera di oreficeria spirituale ed elegante, tra le migliori di tutto il Quattrocento. Le affermazioni del giovane Bertaux danno il via alla riscoperta di tutta la scuola d’oreficeria ascolana del Quattrocento.

Lo splendore di via del Trivio si smorza quindi con la scomparsa di Pietro Vannini (1496) e dei suoi allievi. Dal Cinquecento all’Ottocento il declino dell’oreficeria ascolana si evidenzia nella progressiva chiusura di botteghe e nello svilimento dell’attività artigiana, ridotta a lavori di riparazione e di produzione poco creativa di monili. Nel secondo Ottocento Pietro Venturini darà nuovo lustro a un’antica tradizione artigiana, per un certo tempo sopita, ma mai scomparsa nell’ambito del nostro territorio.

L’età contemporanea vede consolidarsi questa tradizione che si nutre di maestria e quotidianità. Il mestiere pratico portato avanti nel laboratorio della bottega continua a conferire ai gioielli artigianali contemporanei una patina di antico che dà loro luce sempre nuova e diversa, rendendoli unici.