Beni culturali, l’allarme di Legambiente: «Le Marche ancora in emergenza» L’appello al ministro Bonisoli

Due depositi gestiti dal Ministero dei beni culturali, uno ad Ascoli ed uno ad Ancona, che però ospitano una piccola parte degli oltre 13.000 beni mobili recuperati dopo il sisma. Il restante si trova in luoghi di ricovero “dispersi”: tre depositi nella Diocesi di Camerino, due in quella di Ascoli e uno in quella fermana, un deposito nel comune di Amandola, uno nell’Istituto Campana a Osimo. Altri addirittura si trovano attualmente in “luoghi di ricovero temporaneo”, come “conventi annessi alle chiese danneggiate”, siti non tutti adeguatamente attrezzati per garantire la sicurezza ai beni salvati. Tra di essi, affreschi, tele, statue, materiale archivistico e librario, organi musicali storici presenti in migliaia di edifici ecclesiastici, nei numerosi musei civici e diocesani e nei palazzi sia pubblici che privati.

Il recupero di un bene dalle zone terremotate

E’ quanto denuncia Legambiente Marche basandosi sulla relazione delle attività di resoconto dell’Unità di Crisi e Coordinamento Regionale dello scorso luglio. Dal documento emerge che sono 13.211 i beni mobili complessivamente recuperati, di cui solo 1.563 si trovano nei due depositi gestiti dal Mibact, tra cui quello ascolano si trova al Forte Malatesta con 140 beni. L’altro è situato nella Mole Vanvitelliana di Ancona con 1.423 beni. Dunque, ne restano 11.648.
«Nella nostra regione è ancora in corso una vera e propria emergenza sullo stato di conservazione dei beni sottratti alle macerie. -spiega Francesca Pulcini, presidente di Legambiente Marche- Aspettiamo ancora un piano concreto di messa in sicurezza, di gestione dei beni recuperati e una prospettiva per la loro fruibilità futura. È giunto il momento di pensare e ragionare, insieme alla comunità e a tutti i portatori di interesse, su quella che sarà la nuova geografia dei beni culturali in questa regione e di disegnare uno scenario di nuovi edifici e contenitori in cui mettere in mostra le opere, che già ora sono in condizione di essere esposte, che veda il coinvolgimento delle comunità locali. Ciò significherebbe dare una prospettiva forte e concreta per costruire piani di promozione turistica e punti di riferimento per la cittadinanza colpita».

Francesca Pulcini di Legambiente

I tre eventi sismici che si sono succeduti a partire dal 24 agosto 2016 hanno inferto enormi colpi al patrimonio culturale, tra cui chiese, monumenti, edifici storici. Ma se è vero che la successione degli eventi e la vastità dell’area colpita sono stati eccezionali, è altrettanto vero le Marche, secondo Legambiente, «si sono fatte trovare impreparate. Sono molte le falle che non hanno permesso il massimo dell’efficienza e dell’efficacia nell’affrontare l’emergenza del recupero, salvaguardia e fruizione del patrimonio culturale. -continua la presidente- Nonostante il nostro gruppo di volontari, il primo organizzato e formato per operare in emergenza e che è nato proprio in risposta al terremoto Marche e Umbria del 1997, sia stato un valore aggiunto straordinario per la comunità e per le Istituzioni, l’azione svolta dal mondo del volontariato è stata contrastata e bloccata per molti mesi, mentre le opere rimanevano sotto macerie e neve, e ad oggi continua e non essere considerata, nonostante la dichiarata disponibilità». «Una forte criticità, inoltre, è stata rappresentata dalla distanza tra il centro organizzativo di Ancona e i territori colpiti con enormi perdite di tempo, né sono mancati duplicazioni di sopralluoghi. -precisa ancora- A questo va aggiunta l’ostinata incapacità di creare una vera collaborazione sia in fase di emergenza che post emergenziale tra enti e ed Istituzioni, fra l’Unità di crisi, la Regione e la Cei, causando rallentamenti e ostacoli su un lavoro che potrebbe trovare soluzioni adeguate anche per la ripartenza del territorio. Sollecitiamo, quindi, una seria analisi di ciò che non ha funzionato, sia per porre subito rimedio sia per meglio attrezzarsi in caso di altre emergenze».
La relazione evidenzia, inoltre, che, a causa della mancata individuazione del deposito, non è possibile esaudire le richieste di trasferimento di fondi archivistici e librari per permettere gli interventi sugli edifici, provocando ulteriori ritardi nella ricostruzione. Mancano spazi adeguati per ricoverare i numerosi organi storici che giacciono nelle chiese danneggiate e numerosi sono gli affreschi su cui intervenire con velinature o con la raccolta dei frammenti dalle macerie. In tutto ciò, dal 2015, l’Unità di Crisi delle Marche, così come previsto dalla Direttiva Franceschini del 23 aprile 2015, si è attivata per cercare un luogo da destinare a deposito dei beni recuperati da eventi calamitosi di proprietà statale-demaniale ma, nonostante gli ultimi solleciti, non ha ancora ricevuto risposte.
«Ci preme ricordare al ministro Bonisoli che le Marche sono ancora in emergenza -conclude Pulcini- e ci aspettiamo un suo deciso interessamento, perché una buona parte del patrimonio culturale marchigiano aspetta ancora di essere messo in sicurezza. Chiediamo anche che le Istituzioni regionali vengano aiutate dal Governo a predisporre un piano di gestione dei beni recuperati, rendendoli fruibili nei territori di appartenenza in depositi attrezzati con laboratori e spazi polifunzionali, aperti alle scuole, alla popolazione, ai restauratori, alle università, capaci di creare occupazione e flussi turistici. Salvaguardare il patrimonio culturale di una comunità per restituirlo ai cittadini, anche attraverso il loro coinvolgimento, rappresenta uno dei modi per garantire risorse per una futura rinascita del territorio e dello spirito della comunità marchigiana».