Terremoto, due anni dopo «Il cuore ci spinse a scavare» Conte alla commemorazione

Arquata, 24 agosto 2016. Squadre di soccorso al lavoro alle prime luci del mattino (foto di Andrea Vagnoni)

di Luca Capponi 

«Eravamo spinti da una forza innaturale che non ci faceva tener conto di pericolo, paura e fatica. Pensavamo solo a tirar fuori dalle macerie quante più persone possibili. Vedere tra esse volti di amici e conoscenti senza vita, anche di bambini, è un’esperienza che ti segna per sempre. Non ci siamo fermati fino all’arrivo delle squadre di soccorso, credo che fosse il cuore a farci andare avanti».

Al centro, il vicesindaco di Arquata Franchi

Già, il cuore. Dal 24 agosto del 2016 è tutto una ferita. Michele Franchi, giovane vicesindaco di Arquata, quel giorno si trovava nella sua abitazione, nella vicina frazione di Spelonga. «In piazza c’era la Festa Bella (storica rievocazione della Battaglia di Lepanto che si tiene ogni tre anni, ndr) ma ero rincasato intorno all’una perché il giorno dopo dovevo andare a lavorare presto. Molti ragazzi che dovevano fare ritorno a Pescara del Tronto si sono salvati proprio grazie alla musica del deejay che li ha tenuti a Spelonga fino alle 3».
Già, le 3. Un orario da viveur o da lavoratori. Che con l’aggiunta di 36 minuti, oggi, non è più lo stesso per nessun abitante del centro Italia.
«La scossa ci prese nella notte. -continua Franchi- Ricordo che uscii subito fuori e dopo essermi accertato che tutti stessero bene andai in piazza a controllare il grande tronco d’albero issato sulla nave costruita per l’occasione, che era per fortuna ancora in piedi. Nel buio si capiva poco, pensammo subito a qualcosa di grosso, anche se non immaginavamo potesse riguardarci così da vicino. Poi mio padre (l’ex sindaco Guido) mi disse di correre subito nella sede del Comune ad Arquata per le verifiche del caso. E da lì è iniziato tutto».
Telefonate, allarmi, voci che si rincorrono, concitazione ma soprattutto gente che arriva impaurita ed urla: «La piazza non c’è più». E poi ancora scosse, tante e forti, a ribadire la realtà di un incubo mai così vero.

Il sindaco di Arquata Petrucci ed il premier Conte

«Alle prime luci dell’alba focalizzammo quanto accaduto a Pescara; il borgo era distrutto. Salimmo subito per dare una mano. -ricorda ancora Franchi- A ripensarci, lo facemmo con incoscienza data la pericolosità della situazione. Infatti non ci tirammo indietro, nonostante tutto; non so come sia stato possibile per me, che ho paura anche della mia ombra».
Sarà, ma oggi il vicesindaco sembra tutto tranne che un insicuro: con forza di volontà e testardaggine non molla un centimetro del suo territorio martoriato, insieme al sindaco Aleandro Petrucci. Quest’ultimo non smette di lanciare appelli, ogni volta rivolti a governi diversi; in due anni, tanti ne stanno per passare dal terremoto, se ne sono alternati ben tre. Con altrettanti premier: Renzi, Gentiloni ed ora Conte. Risultato, uno stato di emergenza che ancora non lascia il passo alla ricostruzione.
«Credo che dobbiamo essere onesti coi cittadini, ma soprattutto prenderci le nostre responsabilità quando realmente lo sono, perché poi gli stessi, giustamente, è a noi che vengono a chiedere e lamentarsi. -conclude- Per ricostruire ci vorranno anni e anni, per questo non possiamo permetterci di perdere altro tempo, di prorogare termini, di sapere che ci sono ancora persone negli hotel o case che potrebbero essere agibili ma non vengono sfruttate. Dobbiamo fare in modo che qui si possano accogliere persone, visitatori, che il lavoro ci sia per consentire di restare a chi lo vuole».
Parole che sicuramente saranno ripetute al presidente del consiglio Giuseppe Conte, che ha appena ufficializzato la sua presenza a Pescara del Tronto durante la commemorazione che si terrà questa notte alle 3,36. Per lui si tratta della seconda visita, dopo quella dello scorso giugno. In loco ci sarà anche il capo del dipartimento di Protezione Civile Angelo Borrelli.

Due anni da quel 24 agosto 2016 «Lasciateci soli col nostro dolore»