Un mondo di castagno

Un albero per mangiare, costruire, colorare, conservare.
17/12/2009

Del castagno si riesce ad utilizzare proprio tutto, grazie alle proprietà di ogni sua parte. Dal ben noto frutto, molto nutriente, protagonista di pani, dolci, conserve, e tanti piatti della tradizione, per non parlare dei fiori, dai quali le api ricavano un miele squisito e ricco di sali minerali. Fino ad arrivare al legno, resistente all’usura e alle intemperie, e quindi solido materiale di costruzione.

Ma sono altre le componenti insolite di questa pianta dei quali cucina e artigianato hanno scoperto virtù e ideato utilizzi particolari. Partiamo dai ricci: il loro estratto acquoso, ricco di sostanze tanniche (il tannino è una sostanza naturale con proprietà coloranti e conservanti), veniva usato per tingere e conciare. E in agricoltura, le loro ceneri sparse nel castagneto erano un potente fertilizzante, sempre grazie alle sostanze tanniche, quindi alla lenta degradabilità e alla capacità di cedere a lungo al terreno sostanze nutritive. Gli stessi ricci vuoti, misti a foglie, erba e terra, componevano la ricciaia, il mucchio sotto il quale si conservavano a fresco le castagne, ancora nei ricci.

Oltre ai ricci, anche le stesse bucce delle castagne svolgevano funzioni importanti: per ottenere infatti un bel colore bruno con il quale tingere tessuti in modo naturale, si utilizzavano, mescolati ai ricci, anche le bucce delle castagne.

E ancora, le foglie. Erano utili in casa e nell’artigianato, insieme alla corteccia del castagno, per estrarre tannino con il quale conciare pellami (e anche per la tintura), attività molto diffusa nel Piceno e nelle Marche. Le foglie venivano impiegate anche come base per i giacigli del bestiame.

Tornando alla struttura portante della pianta e quindi al tronco e ai suoi rami, il legno di castagno, robusto, elastico e resistente, era utile per realizzare tutti quei mobili ed elementi della casa rurale che dovevano durare una vita intera. Con i rametti di piccolo diametro, più flessibili, s’intrecciavano poi panieri, cestini da dispensa, e si realizzavano cerchi da botte, mastelli per il latte, o cassette per contenere e trasportare.
Infine loro, le castagne.

Le Marche possono vantare gustosi rappresentanti del frutto che con la castagna è direttamente imparentato, il nobile marrone: da Acquasanta Terme (AP), da Roccafluvione (AP) e dal Montefeltro (PU), le varietà più pregiate. Forma bombata, maggiori dimensioni, pellicola che si stacca facilmente dalla polpa più soda, buccia esterna più chiara, striata e liscia, spesso un solo frutto per riccio, ma al massimo tre, queste le caratteristiche del marrone rispetto alla castagna. Quello che distingue invece i marroni marchigiani dagli altri è la loro particolare dolcezza. L’aspetto contribuisce a rendere riconoscibili i marroni tipici marchigiani tra loro e rispetto alle altre varietà nazionali.

Il marrone di Acquasanta Terme ha come caratteristiche ad esempio la pezzatura: i suoi frutti sono molto grandi, e il riccio di solito ne contiene uno o due. Il frutto proveniente da Acquasanta si distingue anche per forma, spiccatamente ovale ellittica, e colore, bruno scuro con striature rossastre sfumate.

Il marrone di Roccafluvione, sempre nell’Ascolano, ha invece una forma ovale ellittica che può tendere al cuoriforme, e colore marrone avana, con venature evidenti. È ottimo soprattutto consumato fresco, dolce ma allo stesso tempo delicato. E infine il marrone del Montefeltro, tipico della zona dell’Alta Valmarecchia in cui la presenza di castagneti è documentata sin dal Medioevo, probabilmente ad opera di monaci che diedero impulso al rimboschimento dell’area. E a testimoniarlo sono gli splendidi castagni ultrasecolari tuttora in attività. Caratterizza il marrone del Montefeltro un riccio molto spinoso e grande che contiene solitamente tre frutti, con buccia marrone e striature scure evidenti.

Tra castagne e marroni, tanta genuinità ed eccellenza si ritrova anche in ricette e preparazioni di tradizione. La più semplice e versatile è quella delle castagne secche (essiccate prima a terra e poi dentro giare di terracotta), molto diffuse nella zona dell’Appennino marchigiano. Sono ottime sia sfarinate che riutilizzate, ammorbidendole, nel latte, in zuppe e minestre, nei dolci.

E poi i sapori intensi del castagnaccio, un gustoso classico a base di farina di castagne, pinoli, uva passa, olio e un pizzico di sale, Il tutto diluito con acqua, cotto in forno, e profumato in superficie con rosmarino. Continuando con i dolci, c’è la composta di castagne, tipica delle zone montane del Pesarese e Urbinate, e originale pot-pourri di profumi, alloro, semi di finocchio e vaniglia. E ancora, conserve sottospirito, marmellate con vaniglia e rhum, marroni glassati, salami  e rotoli di castagne, creme in cui la castagna fa coppia con il cioccolato fondente o marmellate scure, per ripieni di ravioli, crostate e torte.

La tradizione vuole inoltre la castagna come ingrediente di piatti tipici particolarmente corposi. Dai primi, come zuppe e minestre di castagne di volta in volta arricchite da brodo e odori dell’orto, pane raffermo o abbrustolito, maltagliati di pasta, farro, formaggio stagionato, latte, prosciutto crudo o lardo, bietola e cicoria, patate, pomodoro, fagioli e ceci. Le castagne, sottoforma di farina, vanno anche ad arricchire il gusto di pane, gnocchi, paste fresche e polenta.

Per arrivare poi ai secondi, come la faraona imbottita con castagne e funghi, o il coniglio farcito e condito con le castagne. Il pasto nelle giornate autunnali di festa, come a S. Martino (11 novembre), si conclude con le castagne arrostite, nella padella con fondo bucherellato, o sotto la cenere come vuole la più antica delle tradizioni delle caldarroste, portate poi in tavola e tenute al caldo in canovacci da cucina. In un’immagine, il calore tradizionale dell’autunno marchigiano.

Laura Ricci

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Speciale artigianato artistico
Il mondo delle produzioni artistiche e tradizionali del Piceno e delle Marche in una ricca serie di approfondimenti
 
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