Il Museo Archeologico di Ripatransone

Un pomeriggio all’insegna dell’Archeologia con l’operatore museale Ilene Acquaroli.

Cosa significa per te lavorare come operatore museale?

Per me è una missione. Il museo è uno dei luoghi principali in cui si formano la cultura e l’identità del cittadino. Come operatore museale sento una grande responsabilità e, allo stesso tempo, spero di trasmettere la passione e l’entusiasmo per il mio lavoro ogni volta che qualcuno viene a visitare questo posto.

Quando inizia la storia del Museo Archeologico di Ripatransone?

È stato fondato nel 1877, quando don Cesare Cellini, Canonico della Cattedrale e Cavaliere della Corona d’Italia, con grande sensibilità per l’arte, decide di esporre la sua collezione di reperti in uno spazio destinato alla collettività. 

Che arco temporale comprende l’attuale esposizione?

Dei circa 5.000 reperti del museo, ne sono esposti 400. L’arco temporale è notevole, dalla Preistoria all’epoca medievale. Il nucleo principale, anche in termini di quantità di resti rinvenuti, è dedicato alla civiltà picena.

A quando risale il primo insediamento documentabile di Ripatransone?

I primi insediamenti risalgono all’età eneolitica. Tuttavia Ripatransone, come centro abitativo, nasce solo nel 1205, data in cui diventa libero comune. In epoca romana risulta essere, dalle fonti, una frazione facente capo all’ager cuprensis.

Sono presenti collezioni private? Come si è arrivati all’attuale allestimento?

La collezione privata principale è quella del Cellini, nata unendo i vari reperti che i contadini locali trovavano fortuitamente nei propri terreni. Nell’Ottocento un punto di riferimento culturale era rappresentato dalla Chiesa, è per questo che i contadini, quando trovavano qualche oggetto insolito, si rivolgevano al prete del posto per sapere di cosa si trattasse.

Alla collezione Cellini si aggiungono quelle delle famiglie locali, come le collezioni storiche dei marchesi Neroni, degli Sciarra-Condivi, delle famiglie Benvignati e Perazzoli, del marchese Alessandro Bruti Liberati e dei successivi donatori, tutti uniti dalla comune sensibilità di rendere fruibile il patrimonio archeologico del posto in cui vivevano. 

L’attuale allestimento, realizzato dalla Soprintendenza Archeologica delle Marche tra il 1977 e il 1985,  segue il criterio cronologico e divide i reperti per forme e classi dei materiali, con un’attenzione particolare alla didattica: La Dott. M. Silvestrini si è occupata della parte preistorica e protostorica; la Dott.ssa E. Percossi della civiltà picena; l’Architetto Pierluigi Salvati della progettazione e del corredo didattico-didascalico, mentre la Dott.ssa Piattelli ha curato il settore numismatico della parte romana.

Da dove provengono i reperti?

Quasi tutti da Ripatransone. Nell’allestimento sono specificate le località dei ritrovamenti di ciascun reperto: Contrada Castagne, Fonte Bagno, Piazza di Coso, Macinadoro, Capo Termine, Brancuna, Trivio, Menocchia, Abaceto, San Giuseppe, Monte Bove, Colle S. Nicolò.

Potete anche notare, visitando il museo, oggetti d’importazione, provenienti da paesi limitrofi e da paesi più lontani (ceramica greca, italiota, vasellame etrusco), a sottolineare i rapporti di scambio economico e culturale che la civiltà picena intratteneva con le altre popolazioni.

Chi sono i Piceni?

È davvero un argomento molto vasto. Con “Piceni” si indica convenzionalmente la popolazione vissuta tra il IX e il III sec a.C. in una regione storica delimitata a nord nella zona dell’Esino e, a sud, dal fiume Aterno (Pescara). La storia di questa civiltà è legata all’antichissimo rituale della primavera sacra (ver sacrum). Plinio il Vecchio nel III libro della Naturalis Historia dice “I Piceni sono nati dai Sabini per voto di Primavera Sacra” e Strabone, nel V libro della Geografia, aggiunge che in questo viaggio ebbero come animale totemico il picchio “picus”, da cui presero il nome “Piceni”.

Avevano abitudini simili alle nostre?

Sì, erano molto simili a noi, ne danno prova gli oggetti di uso quotidiano (anfore, vasellame fittile, lucernari), attrezzi per il lavoro (rocchetti da telaio, fusaiole), attrezzi per la guerra (armature, pettorali, elmi, punte di lancia, pugnali, giavellotti, spade, asce), monete, oggetti ornamentali femminili (collane, pendagli, fibule, orecchini, bracciali e anelli).

Avevano delle buone capacità artigianali nella lavorazione dell’ambra e del bronzo. Davano molta importanza al rito funerario. Nell’aldilà il defunto portava con sé gli oggetti che utilizzava in vita.

Quali pezzi attraggono di più la curiosità dei visitatori?

Ad attrarre in maniera particolare i visitatori sono l’urna cineraria monumentale del I secolo a.C., con i resti del liberto Aulo Volumnio; la tomba a fossa con scheletro e corredo femminile, databile tra il VI e il V secolo a.C. rinvenuta nella necropoli picena di Contrada Capo di Termine, negli scavi del 1912; il busto di Afrodite, copia romana del II secolo a.C. che si rifà ad una scultura greca in bronzo del IV secolo a.C. e il discobolo databile al III secolo a.C., raffinatissima scultura greca in terracotta.

… e un reperto particolare?

Vi mostro dei reperti, a prima vista sembrano semplici oggetti di terracotta a forma di piccole brocche. Questi antichi manufatti, databili al VI secolo a.C., servivano per somministrare il latte ai bambini.Sono i poppatoi, precursori dei moderni biberon.

Sono stati rinvenuti nel 1890 durante gli scavi nella contrada Macinadoro. Notiamo le due etichette che riportano il numero di catalogo e la scheda tecnica del reperto, poste proprio dal Cellini. Tutti i reperti della sua collezione hanno questa caratteristica.

Sono tra gli oggetti più affascinanti di questo museo,hanno la capacità di far viaggiare nel tempo, entrando nella sfera più intima della quotidianità di questa civiltà.

La forma ergonomica permetteva una facile presa, il beccuccio era realizzato in modo da far uscire il liquido lentamente, il materiale fittile consentiva di scaldare e mantenere a temperatura il latte al suo interno.

Ci sono attestazioni di poppatoi utilizzati anche come sonagli, una sorta di tintinnabula, molto colorati, ottenuti ponendo al loro interno delle palline di argilla che avevano lo scopo di rendere l’oggetto un vero e proprio giocattolo dal cui suono il bimbo traeva serenità.

Nikos Angelis