La Basilica Cattedrale di Sant’Emidio

Il parroco don Angelo Ciancotti descrive le meraviglie del Duomo di Ascoli Piceno

Su piazza Arringo si affaccia maestosa la Basilica Cattedrale di Ascoli Piceno dedicata a Sant’Emidio, primo vescovo, patrono della città, protettore della popolazione contro il terremoto.

L’edificio presenta una stratigrafia molto interessante, frutto di innumerevoli adattamenti nel corso del tempo. Il basamento primitivo nasce sulla sezione marginale dell’antico Foro (corrispondente oggi all’attuale piazza Arringo) dalle fondamenta della Basilica Romana o di un tempio pagano.

Basilica Cattedrale di Sant’Emidio | Ascoli Piceno (AP)

La facciata rettangolare, interamente realizzata in travertino, pietra locale, fu costruita tra il 1529 e il 1539, su disegno di Cola dell’Amatrice. Una chiara citazione classica: quattro imponenti colonne in rilievo la dividono in tre zone. Al centro, il severo portale con terminazione a timpano conduce all’interno della chiesa di aspetto romanico-gotico.

Sulla parete sinistra, appena entrati, si osserva un affresco di scuola giottesca (XIV secolo) rappresentante una Crocifissione, più avanti, il prezioso braccio reliquiario di Sant’Emidio (1482) di Pietro Vannini.

La pianta si presenta a croce latina a tre navate che terminano su absidi poligonali. Sull’abside centrale, più sporgente, ampliata tra il 1541-46, è posto il prezioso coro ligneo, stupendo capolavoro tardogotico.

Il pregevole altare in marmo, databile al XII secolo, è coperto dal ciborio realizzato nel 1895 dall’Architetto Giuseppe Sacconi.

da sx: La Cripta di Sant’Emidio | Antonio Moys d’Anversa, Crocifissione di Cristo con Madonna e San Giovanni (1565) | Carlo Crivelli, Polittico di Sant’Emidio (1473)

La navata centrale è scandita da una doppia fila di pilastri ottagonali che sostengono archi a tutto sesto e volte a crociera rinascimentali. A ridosso del terzo pilastro, il pulpito in legno di noce, realizzato nel 1657-61 dall’intagliatore Paris Scipione di Matelica, presenta un barocco raffinato ed elegante.

All’altezza del presbiterio, la cupola ottagonale (databile all’XI secolo) e la pianta del battistero esterno richiamano la simbologia del numero “8” che nel pensiero medievale indicava la Resurrezione.

Sulla navata destra, raggiungendo il transetto, si resta colpiti da una porta interamente cesellata con motivi floreali e con una ricca decorazione in stile veneziano ai lati: è la porta della attuale sagrestia (non sempre visitabile), realizzata intorno al 1414-25.

Un ambiente coperto da volte a crociera costolata che custodisce, tra gli altri capolavori, la tarsia policroma firmata da Antonio Moys d’Anversa (1565) rappresentante la Crocifissione di Cristo con Madonna e San Giovanni.

Un passaggio interno della sagrestia porta alla Cappella del SS. Sacramento, meglio conosciuta come “Cappella del Crivelli” per la presenza al suo interno del celebre polittico dell’artista veneziano. 

“Opus Karoli Crivelli Veneti 1473”, come si legge nel pannello centrale, raffigura al centro la Vergine in trono con il Bambino tra le braccia. Ai lati i Ss. Pietro, G. Battista, Emidio e Paolo. Nell’ordine superiore: Pietà con i Ss. Caterina d’Alessandria, Girolamo, Giorgio e Orsola.  Lungo la base del polittico, Cristo e dieci Apostoli.

Cifre stilistiche del Crivelli sono il colore vivissimo e le figure a cui dà “grazia, movenza, espressione”, uno spettacolo del nostro Rinascimento che ogni giorno affascina turisti provenienti da tutto il mondo.

Luigi Lanzi commentava nella seconda metà del Settecento: “Per il succo delle tinte e per un nerbo di disegno questo pittore può a buon diritto chiamarsi pregevolissimo tra gli antichi”. Ai piedi del polittico, un prezioso paliotto d’argento sbalzato (XIV secolo), con 27 formelle a gran rilievo che rappresentano episodi della vita di Cristo.

Continuando a percorrere la navata destra, le scale portano verso la Cripta di Sant’Emidio, databile all’XI secolo, realizzata per traslare le reliquie del Santo rinvenute al di fuori delle mura di Ascoli, nella zona in cui oggi troviamo il Tempietto di Sant’Emidio alle Grotte.

Una volta giunti nel succorpo si prospettano agli occhi del visitatore due meraviglie.

Da un lato, i cunicoli sotterranei di epoca medievale che forniscono importanti indizi sulla stratigrafia precedente: sono visibili dei basamenti di colonne romane, immediatamente coperti dalle volte che sostengono i pavimenti superiori, e dei sarcofagi alcuni romani e altri, considerando le iscrizioni, sicuramente più tardi.

Dall’altro, la parte deputata al culto del Santo scandita in sette navatelle divise da colonne, una diversa dall’altra, provenienti da costruzioni preesistenti, tipico esempio di “reimpiego” architettonico. 

La simplicitas medievale è interrotta, nella parte centrale della cripta, dal ricco colonnato in marmo rosso realizzato nel 1704 da Giuseppe Giosafatti, il cui figlio, Lazzaro, realizzò l’imponente gruppo marmoreo di S. Emidio nell’atto di Battezzare la pagana Polisia, databile agli anni 1728-30.

L’altare della cripta è un sarcofago romano del IV secolo che custodisce i resti di Sant’Emidio e i suoi compagni, come sottolinea l’iscrizione sul bordo superiore “Cum sociis aliis Emindius hic requiescit”.

Nazzareno Menzietti